mercoledì, 18 novembre 2009
Nonostante Sanremo
1958-2008: arte e canzone al festival
Paolo Jachia - Francesco Paracchini
Coniglio Editore, 2009

NonostaneSanremo

Sanremo è Sanremo, solo una tautologia sembra spiegare il fenomeno più chiacchierato e snobbato della storia d'Italia, ho detto "sembra" perché nella lettura di Nonostante Sanremo bisogna ricredersi: non ci sono vallette, presentatori o indici di gradimento, ma solo canzoni.
Paolo Jachia e Francesco Paracchini ci ricordano - e non si può non essere d'accordo - che il Festival è un evento cardine del settore. Dalle braccia spalancate di Domenico Modugno a oggi, 50 anni di canzoni ed immagini che hanno e sono state cambiate dal tempo, di artisti che meritavano il successo ed altri di cui è stato sottovalutato il potenziale. Storie di uomini e donne che con voce e penna hanno saputo imporre qualcosa di nuovo nel panorama italiano, che pur lentamente è stato capace di innovarsi e di sorprenderci ridendo di sé come terra dei cachi.
Forse qualcuno a malincuore reggerà il colpo: la canzone è arte ed è entrata a pieno titolo nella cultura italiana. Ci sono intere generazioni cresciute e formate con pane e stagioni del festival amplificate da radio, tv e cartaceo. Difficile definire cos'è la canzone, questo contenuto di stagioni e sentimenti, ci viene in aiuto la preziosa postfazione di Peppino Ortoleva: “Se i media audiovisivi sono l’orologio sociale, le lancette sono fatte di canzoni... La Canzone è la poesia di chi non legge poesia, ed è una delle ultime forme sopravvissute di narrativa in versi..., deve la sua potenza anche, e forse principalmente al fatto di non escludere nessuno, neanche dal piacere di intonarla”. La canzone riempie lo spazio e il tempo di ogni luogo e non sempre a beneficio di quel silenzio che è richiesto per la comprensione e l'ascolto.
Utile per la consultazione di una storia che sforna di certo tante chiacchiere, ma in modo assoluto anche tanti stimoli e segnali di dove stiamo andando e dove siamo arrivati. A garanzia della qualità del testo, una mai scontata bibliografia, dove poter approfondire argomenti e suggestioni.
Chiudo ascoltando Il Garibaldi innamorato di Sergio Caputo, Sanremo 1987…

Francesca Grispello

Recensione apparsa su:

http://www.beatbopalula.it/musica-underground-emergenti-band/articolo.asp?articolo=532
mercoledì, 18 novembre 2009
LO SPECCHIO DEL CALLIGRAFO Shan Sa

Stampa Alternativa
Collana Fiabesca
2009


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In ogni percorso di formazione troviamo il conflitto tra l'essere e la forma. Un duro lavoro che l'individuo si trova ad affrontare tra l'indeterminazione che lo confonde e la forma che chiama all'azione. Shan Sa, autrice de Lo specchio del calligrafo rappresenta questo percorso, l'arte rigida e ferma degli ideogrammi trova il suo modo per entrare a far parte dell'espressione di quella forma che ne chiede luce.
Un piccolo libro che ho avuto la fortuna di leggere in treno rapisce per le declinazioni che assume, poesie in immagini, visioni in scrittura e una narrazione coinvolgente. Un rosso e un nero che ripercorro con le dita e con la mia immaginazione per un fascino verso dei segni antichi e lontani che mi hanno sempre animato.
Un creatura che vive della sua profondità in superficie.
Scopriamo colori e tinte raccolti da una tavolozza immensa come l'oceano, con una lirica che fin quando sente di amare, di vivere e di vedere può trasmettere emozioni compiute e liberatorie come imparerà Zhong He nel racconto finale che dona il titolo al libro.
"Dopo aver scritto per centomila volte Eternità, noi saremo diventati grandi calligrafi." Shan Sa è autrice di poesie, dall'età di otto anni, e del fortunato romanzo "La giocatrice di go" ha ricevuto svariati riconoscimenti per il suo lavoro e credo che la grazia della sua pittura, con la sapienza della calligrafia e il suo sguardo letterario la consegnino verso quell'eternità che centomila volte è stata inscritta nei suoi gesti.
Il piacere sfida l'effimero come il gusto verso Lo specchio del calligrafo.
Un pensiero scorre verso Roland Barthes, ripercorro il suo Impero dei segni.

Francesca Grispello


http://www.stampalternativa.it
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martedì, 27 ottobre 2009

IL BALLETTO DI BRONZO E L'IDEA DEL DELIRIO ORGANIZZATO

YS TRA ROCK E AVANGUARDIA

Gianmaria Consiglio

(EclYsse, 2009)

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Atteso da tutti gli amantes sparsi in giro per il mondo, il libro di Gianmaria Consiglio è finalmente l'occasione per approfondire il mondo di Ys, del Balletto di Bronzo, ma soprattutto di Gianni Leone. E' quasi un paradosso che la più celebre one-shot band italiana, autrice infatti di un solo disco nel 1972, riscuota ancora oggi un successo tale da renderla un incredibile fenomeno di culto. Conterà probabilmente il mistero e l'aura enigmatica che avvolge temi e musiche, la vita sregolata che il Balletto tenne al casale di Rimini subito dopo la pubblicazione del disco, la separazione e la diaspora della band, con la seguente esperienza americana di Gianni.

E anche a quella l'autore rivolge una particolare attenzione, poichè Leone - con una costante tensione verso la sperimentazione di nuovi suoni e la distruzione di tabù musicali - incarnerà il passaggio - non privo di traumi - dall'epoca progressive alle nuove sonorità della new wave a stelle e strisce. Diventato LeoNero, diede alle stampe due album importanti come Vero e Monitor, apparentemente contrastanti con Ys ma in realtà espressione dello stesso mondo interiore. Poi il grande ritorno con i live e con il futuribile Trys, che riporta alla luce il passato senza nostalgie, ma con una rivoluzione sonora fresca e grintosa.

Attenzione: Consiglio non si limita ad una biografia di Leone, ma svolge un'accurata disamina sul fenomeno musicale, sviluppando con dettaglio l'idea del "delirio organizzato" che trova in Ys il suo perfetto compimento. I rapporti con una Napoli melodica e canzonettara da "violentare", il fascino per la musica colta del '900 (Schoenberg, Ligeti), le tematiche esoteriche e l'organizzazione audace e visionaria di composizioni, suoni e arrangiamenti. Tutto ciò è affrontato con competenza musicologica da Consiglio, che si avvale anche di testimonianze inedite. E non solo: di un cd con brani inediti dal vivo e in studio, come Strano appuntamento (1987), Un'eccitazione nuova e Discoclub, risalenti alle registrazioni svedesi del 1985. Pezzi figli del synth-pop dell'epoca, concepito ed espresso in modo leonino, ovviamente.

Un tassello importante per la ricostruzione del nostro rock, e per la scoperta di un autore, interprete e creatore fuori dal comune.

 

http://www.eclysse.com

 

Donato Zoppo

 

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lunedì, 26 ottobre 2009
VOCI DAL BORGO
La Pisterna cuntòja dai pistergnéin

Enzo Parodi

Impressioni Grafiche, 2009

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Il ruolo degli "storici locali". Troppe volte si tende a sminuire o a snobbare il lavoro di coloro che, con costanza, pazienza e oculatezza, operano nel tessuto locale, spulciando, scavando, scendendo nelle profondità della memoria collettiva. I meccanismi della storiografia sono complessi e declinarli alla luce della contemporaneità - il potere della televisione, la perdita del senso di condivisione, la vacuità dei riti, la scomparsa delle differenze in nome dell'omologazione - risulta sempre più difficile. Ben vengano dunque strumenti come questo Voci dal borgo: una sorta di intervista collettiva, il frutto di un lavoro di raccolta, di certosini incontri con le personalità più autentiche della Pisterna.

Borgo di Acqui Terme, identificato più di ogni altro con il cuore della cittadina alessandrina, la Pisterna è il fulcro di memorie, esperienze, vissuti quotidiani all'ombra di grandi vicende storiche come la fine della Seconda guerra mondiale. Enzo Parodi raccoglie le voci di un borgo, che con le fotografie sono uno spaccato commovente di un tempo che non tornerà più. E non è nostalgia, poichè la modernità ha stemperato abitudini antiquate, formalismi superficiali, riti ormai svuotati di ogni senso, eppure il rapporto tra il singolo e la collettività, il tempo e la sua scansione, le festività familiari e generali, sono un elemento che la nostra società sta inesorabilmente dimenticando.

Voci dal borgo ripercorre storie private di infanzie difficili del dopoguerra, della lotta di liberazione ma anche della serenità dovuta al benessere del boom economico. Ed è l'occasione per riscoprire la spensieratezza dei tempi, l'ineluttabilità di certe dinamiche sociali, i rimedi naturali, i mestieri o le liturgie religiose e civili. Fortunatamente il lavoro è privo di qualsiasi assunto ideologico e anzi valorizza il ruolo del dialetto come "punto di vista" altro rispetto a quello degli altri idiomi locali e della lingua italiana.

Un libro di estremo valore, opera di una casa editrice piccola ma coraggiosa.

http://www.impressionigrafiche.it

Donato Zoppo
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mercoledì, 14 ottobre 2009
BITCHES BREW
LA GENESI DEL CAPOLAVORO DI MILES DAVIS

Enrico Merlin, Veniero Rizzardi
(Il Saggiatore, 2009)




“I don’t play rock. I play black”. Per quanto le icastiche affermazioni di Miles Davis siano state ben rappresentative delle sue rivoluzionarie “direzioni” in musica, dietro Bitches Brew ci furono conciliazioni di opposti, pressioni discografiche e slanci di libertà artistica, intuizioni fulminee e accurati progetti di elaborazione in studio, incomprensioni giornalistiche ma anche l’immediata certezza dell’importanza capitale dell’opera. Se Gianfranco Salvatore con Lo sciamano elettrico affrontava la svolta di fine anni ’60 alla luce di numerose influenze (il mondo hippie, gli strumenti elettrici, la scoperta dell’editing, la riscoperta della negritudine), Enrico Merlin e Veniero Rizzardi si concentrano su uno dei dischi che hanno cambiato la musica del ‘900 superando i consueti dilemmi: sarà stato un Miles lisergico o funk, afro o rock, un sapiente collettore di talenti o un abile manipolatore di nastri?

Benché pubblicato a 40 anni dal disco, Bitches Brew esula da intenti celebrativi: obiettivo degli autori è dimostrare l’unicità dellalbum nel suo insuperato equilibrio tra scrittura, improvvisazione e post-produzione. Per creare la “concorde macchia sonora” di cui parlava David Liebman, Miles si servì di idee, macchine e pratiche non convenzionali nelle session di quel memorabile agosto 1969. Gli autori indagano in ogni possibile direzione: partono dalle “prove generali” del 67/68 (il lungo brano Circle In The Round, l’esperienza del piano elettrico in Stuff su Miles In The Sky), approfondiscono la scrittura “oracolare” di In A Silent Way, si soffermano sul ruolo della CBS e sui membri della working band (Zawinul, McLaughlin e DeJohnette in particolare), supportati da scrupolosi studi alla Sony-BMG sui nastri integrali delle session e sugli archivi di Teo Macero.

Se dai primi emergono interessanti curiosità (le numerose takes di Miles Runs The Voodoo Down e Spanish Key, i riferimenti al James Brown di Cold Sweat, la disposizione circolare degli strumentisti a fronte delle otto tracce disponibili), il ruolo del produttore di Miles diventa l’elemento cruciale: Macero - compositore di grande talento - fu capace di coordinare le difficili sedute d’incisione, di combinare il meglio dai nastri che scorrevano costantemente, di armonizzare lo spirito del “doppio” che animava le nuove idee davisiane. Una duplicità che emerge dalla celebre copertina di Mati Klarwein, dalla sintesi black e rock realizzata, dalle inedite combinazioni strumentali, dall’effettivo riconoscimento del superbo lavoro di editing effettuato da Macero, autentico co-autore accanto a Miles.

http://www.ilsaggiatore.it

(Recensione apparsa sul numero 163 di Jam, ottobre 2009: http://www.jamonline.it)

Donato Zoppo
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categoria:miles davis, il saggiatore, enrico merlin, bitchews brew, veniero rizzardi
giovedì, 24 settembre 2009
BLUE OYSTER CULT
GODZILLA E ALTRI SOGNI

Marco Milani
(Edizioni Diversa Sintonia, 2009)

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Guardalo negli occhi e prova a dirgli: "Blue Oyster Cult". Il vero cultore del rock, quello che si documenta, che non crede alle comuni vulgate storiografiche e spulcia nel mare magno dei minori, che vive, lotta e sogna per custodire il culto, a quel cultore brilleranno gli occhi. Sarà per il nome, che richiama direttamente al culto, alla dimensione esoterica ed iniziatica, ad un manipolo ristretto di sodali. Ma i BOC sono probabilmente la vera cult-rock band.

Un culto nato sui solchi di dischi misteriosi come Secret Treaties e Fire Of Unknown Origin, sotto i palchi di innumerevoli concerti fotografati in un maestoso live-album come On Your Feet On Your Knees, in quei testi tra il fantascientifico, il mistico e l'enigmatico, quasi fossero una versione criptica e maledetta degli Yes. Nella capacità di alternare dark e progressive in un miscuglio arcano di boogie e hard-rock. Nei perenni occhialoni scuri di Eric Bloom. Nelle polemiche sottilmente suscitate dal gruppo, reo di liason fascistoidi smentite - almeno in Italia - dalle frequentazioni con una musa radical come Patti Smith. Nel leggendario logo creato da Bill Gaswick, che altro non era che il simbolo di Saturno (o del piombo, in alchimia).

Marco Milani vive e respira per i BOC, e questo pesa nell'economia del suo libro. Ma fortunatamente l'autore punta ad un "diversivo": Godzilla e altri sogni è il racconto del fan tipo della band, dell'hard-rocker comune con tutti i suoi vizi, la sua coerenza intellettuale, le sue debolezze e la sua indole rocciosa e solidale. E' per questo che, nonostante svarioni e una scrittura eccessivamente colloquiale e schietta (se dovessi usare un eufemismo direi stradaiola...), egli riesce a cogliere la ratio del progetto coordinato da Sandy Pearlman. Il gusto per la science-fiction e la curiosità suscitata dall'esoterismo (un giochino riuscito perfettamente nella copertina di Agents Of Fortune, ad esempio), condite da una sottile ironia ma anche da tutto l'armamentario ideologico che fece dei BOC i pionieri dell'heavy-metal (e non quei pacchiani dei Manowar...). La band ha dato vita ad un sogno e lo ha incarnato: le generazioni di headbangers lo hanno vissuto e vi si sono identificati, Marco Milani in primis.

http://www.edizionidiversasintonia.it

D.Z.
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categoria:blue oyster cult, marco milani, diversa sintonia